AN INTERVIEW WITH MAAZA MENGISTE

(English version and Italian adaptation)

SAN SERVOLO ISLAND, VENICE. NOVEMBER 2017.

Good evening, Maaza. Could you tell us more about your personal history and identity? You are Ethiopian but you lived and studied in the U.S. for many years. How would you define this double citizenship? Did your life in the U.S. change the perception of your home country?

Buonasera, Maaza. Potresti dirci di più a proposito della tua storia personale e della tua identità? Tu sei Etiope, ma hai vissuto e studiato negli Stati Uniti per molti anni. Come definiresti questa doppia cittadinanza? La tua vita negli Stati Uniti ha cambiato la  percezione del tuo paese d’origine?
I think that being from two places gives me an advantage or at least a more complex perspective, which might be broader than the typical American experience. I’m not only interested in what is happening in America, but in world history, an in the specific history and future of a particular country – in my case, Ethiopia. I have experienced personally what is making news headlines recently: migration and political upheaval. I understand that politics is not just within borders. Nations have leaders, but in Ethiopia, I witnessed the difference that united groups of people who are trying to stand up for human rights can actually make. They are able to inspire people from across the globe, from across time. For this reason, this double identity has taught me something. I remember for example that the revolution in Ethiopia in 1974 was inspired by Che Guevara, by the civil rights movement in the United States and by the antifascist movement in World War II. I think that I acquired a very global perspective and I think that the fact of being from both countries helped define this perspective for me.

Penso che appartenere a due luoghi mi dia un vantaggio, o almeno una prospettiva, davvero interessante e probabilmente più aperta rispetto a quella tipicamente americana. Non sono solo interessata a ciò che sta succedendo in America, ma più in generale all’intera storia mondiale, perché so che le persone si muovono e migrano costantemente. La politica non si risolve all’interno dei confini. Le decisioni di alcuni politici sono buone, ma le persone che cercano di lottare per i diritti umani possono davvero ispirare altre persone in qualsiasi parte del mondo. Per questo motivo questa doppia identità mi ha davvero insegnato qualcosa. Ricordo, per fare un esempio, che la rivoluzione etiope del 1974 fu ispirata da Che Guevara, dal movimento per i diritti umani negli Stati Uniti e dal movimento antifascista durante la Seconda Guerra Mondiale. Penso di aver acquisito una prospettiva davvero globale e che il fatto di appartenere a questi due paesi mi abbia in un certo modo aiutato a definire questa prospettiva.
Why and when did you begin to write? How do you conceive the fact of writing? Is it for you a mission, a duty? Do you want to teach something to people or is it just for you a tool to get to know something better about human condition?

Perché e quando hai iniziato a scrivere? Che cos’è secondo te la scrittura? Una missione, un dovere? Vuoi insegnare qualcosa alle persone o si tratta semplicemente di uno strumento che utilizzi per conoscere meglio la condizione umana?

I think that my road to becoming a writer was very different from many people. There are people who would tell you that they wanted to write from the time they were young; but I did not. I liked music, so I thought maybe I would have been a musician. I knew I liked to read, but I didn’t understand that liking to read could mean that I could write a book. I didn’t have any direct literary influences in my life outside of the books I read. My family knew people who were economists or engineers or physicians, but no writers. In college, in my first year, I was registered to take pre-medical courses because I was good in biology and I liked it. Then it came the time to register for chemistry and I told myself: «I don’t want to do this anymore». So, I switched to study international political science, but I didn’t like it at all. I liked to read and I liked my literature classes. I liked what literature was showing me about the world. It was answering my questions about my experiences in Ethiopia and in America.  So, I graduated with an English literature degree, but I still had no idea about writing. I went into advertising, where I started to write for TV and magazine advertisements. From there I was more and more involved in the creative world. Now I don’t know what I would do if I could not write. It’s so much a part of me. It’s like: I breathe, I think, and I write. It’s not a mission, it’s just as if it were part of my body, something which is always there, like drinking water. I just do it. It’s one thing I think I’m good at and I think I can still improve, but every project inspires me.

Penso che il percorso che ho affrontato per diventare una scrittrice sia stato diverso da quello di molti altri. Ci sono persone che affermano di aver sempre volute scrivere, ma questo non è il mio caso. Mi piaceva la musica, quindi pensavo che avrei potuto diventare una musicista. Ero consapevole del fatto che mi piacesse leggere, ma non pensavo che la passione per la lettura potesse comportare la scrittura di libri. Nella mia vita non ho mai avuto influenze di tipo letterario. I miei genitori conoscevano economisti, ingegneri o fisici, ma non scrittori. Al mio primo anno di college ero una studentessa di medicina. Ero iscritto ad un corso propedeutico alla medicina perché ero brava in biologia e mi piaceva. Poi arrivò il momento in cui avrei dovuto iscrivermi a chimica e mi dissi: «Non voglio farlo più». Quindi cambiai idea e pensai di studiare scienze politiche, ma non mi piacque per niente. Mi piaceva leggere e mi piacevano le lezioni di letteratura. Mi dissi: «Ci provo». Presi quindi una laurea in Letteratura Inglese, ma non avevo ancora idea che avrei iniziato a scrivere. Iniziai a lavorare in campo pubblicitario, dove iniziai a scrivere. Da quel momento venni sempre più coinvolta dalla scrittura e dal mondo creativo. Ora non so che cosa farei se non potessi scrivere. È davvero una parte di me. È tipo così: respiro, penso e scrivo. Non è una missione, è solo come se fosse una parte del mio corpo che è sempre là. Lo faccio e basta. È una cosa in cui credo di essere brava ed in cui penso di poter sempre migliorare, ma mi piace davvero.
In your novel, you usually deal with historical events. Which role does the historical aspect play in your writings? Do you consider your novels as a work of fiction anyway?

Nel tuo romanzo affronti spesso eventi storici. Che ruolo gioca l’aspetto storico nei tuoi scritti? Consideri comunque i tuoi romanzi come un prodotto di finzione?
I’m a writer very interested in what history can teach us, but also how it can manipulate what we know of ourselves. As a novelist, however, I feel that history cannot be the most important thing when I’m writing. I’m writing a story, also. There has to be a balance. The question is always: what is more important? The historical fact or the story? What matters to readers, an accurate date and location for a battle, or what the characters were feeling and thinking in that battle? I’m not a historian, I’m here to tell you a story using history as inspiration. Yes, it may be true that my story is about war, but I’m hoping to answer some of the questions about how we live with the daily battles we have just as human beings, even in times of peace. I think that working with history is an interesting box to put myself inside. I have a box, I have limitations, I have parameters set for my characters. What can I do inside? And that’s the challenge.

Sono una scrittrice davvero interessata alla storia. Ma la storia non può essere la cosa più importante quando sto scrivendo. Sto anche scrivendo una trama. Sia quando stavo scrivendo il mio primo libro sia ora che sto finendo quello nuovo, la domanda è sempre la stessa: che cos’è più importante? Il fatto storico o la trama? Per i lettori è più importante conoscere la data ed il luogo precisi di una battaglia o è più importante ciò che i personaggi provavano durante quella battaglia? Non penso davvero di essere uno storico, penso di essere qui per raccontare delle storie. Sì, può essere che trattino di guerra, ma più che altro spero di rispondere alle domande riguardo a come affrontiamo la guerra quotidiana che dobbiamo vivere come esseri umani, anche nei periodi di pace. Quindi non è tanto una questione di fatti storici, quanto di intreccio. Però penso che lavorare con la storia costituisca un interessante elemento capace di mettermi alla prova. Ho i miei limiti, come posso risolvere questa situazione? È questa la sfida.
You are now writing a novel about the Italian occupation of Ethiopia during fascism. How were people’s responses towards the questions you asked during your research? Is it difficult to talk about these themes for Italian people, even today?

Ora stai scrivendo un romanzo sulla conquista dell’Etiopia durante il fascismo. Come sono state le risposte delle persone alle domande che hai fatto loro durante la tua ricerca? È difficile per gli italiani parlare di queste tematiche ancora oggi?
I saw very different kind of reactions during my research. When I lived in Rome and I went on tour in Italy for my first book, everybody wanted to talk about Mussolini’s invasion, everybody wanted to talk about the fascist period. People wanted to share their stories about their fathers and grandfathers who were stationed in Ethiopia. Once, a man from Catania stood up and started crying. He said to me: «I’m so sorry, I’m so sorry, my father was a pilot and dropped the gas in your country. What can I do now for you?». At first I was really surprised. I think people around were a little bit embarrassed by him, but he was very sincere and I was moved. I wasn’t sure what to say at first, but I told him: «Look, history is history, but If you and I can talk, now, that’s a big step forward. You can apologize to me and I appreciate it. But, now, let’s see if we can begin to talk about this history as groups of people». We had a long conversation afterwards. He told me his father had kept a box of information, but he kept it secret and he didn’t find it till his father died. Then, he shared some of the information with me. I think there has to be this kind of sharing. This is one kind of reaction. There are other kind of reaction I get, especially when I’ve gone to archives looking for information or to flea markets where there are always fascist objects. People sometimes do not want me there. Other times, I go to these places people are incredibly kind and gentle with me. Maybe guilt, or anger, or shame; it’s all mixed. I think that if Italy is able to talk about this history more, we can actually have a real conversation.

Ho visto reazioni molto diverse durante la mia ricerca. Quando vivevo a Roma ed iniziai a viaggiare in Italia per la produzione del mio primo libro, tutti ne volevano parlare, tutti volevano parlare del periodo fascista. Quando facevo qualche domanda, molti alzavano le mani e mi raccontavano dei loro padri e nonni che erano stati in Etiopia. Ad esempio, durante una conferenza a Catania un uomo si alzò ed iniziò a piangere. Disse: «Mi dispiace, mi dispiace, mio padre era un pilota e lanciò il gas sul tuo paese. Che cosa posso fare ora per te?». All’inizio ne fui molto sorpresa. Penso che le persone intorno a lui fossero un po’ imbarazzate, ma fu molto sincero. Gli dissi: «Guarda, la storia è storia, ma se tu ed io ora possiamo parlare, questo è un grande passo avanti. Puoi chiedermi scusa e lo apprezzo. ma ora vediamo se riusciamo a parlare di questa storia come un gruppo di persone». Dopo di che abbiamo avuto una lunga conversazione. Mi disse che suo padre aveva una scatola segreta contenente delle informazioni che non trovò finché suo padre non morì. Poi condivise con me alcune di quelle informazioni. Penso che debba esserci questo tipo di condivisione. Questo è un tipo di reazione. L’altro tipo di reazione che ho avuto si manifesta soprattutto quando vado negli archivi a cercare informazioni o quando vado ai mercatini delle pulci, dove ci sono sempre oggetti fascisti. Di solito le persone non mi vogliono là. Quindi di solito porto con me un amico italiano e gli dico di chiedere informazioni per me. Io aspetto e basta. Se voglio comprare un disegno o una foto e loro non me lo permettono, mando il mio amico a farlo e riesco ad averli lo stesso. A volte invece vado dalle persone e sono molto gentili con me. Dico: «Sto cercando delle foto del periodo fascista» – e semplicemente mi aiutano. A volte è il senso di colpa, di rabbia, di vergogna: è tutto mescolato. Penso che se l’Italia fosse pronta a parlarne nuovamente, potremmo avere una vera conversazione.
(Before, during your conference,) you try to recommend some kind of approach to the readers, you try to invite them not to stop in the surface and go dig in history, an invitation to them not to accept the common representation about historical events. Can you please elaborate more about your perspective the writer/reader relationship?

(Prima, durante la conferenza in cui sei intervenuta,) hai cercato di consigliare un approccio ai lettori, hai cercato di invitarli a smettere di fermarsi alle apparenze e di andare in profondità nella conoscenza della storia, un invito a non accettare la rappresentazione comune degli eventi storici. Puoi per favore spiegarci qualcosa di più rispetto alla tua concezione del rapporto tra scrittore e lettore?
I think we recognize ourselves as complicated beings. I can look in the mirror and say: «Maaza you are a complicated being». You can look in the mirror and you understand all of those contradictions within yourself. My job as a writer is to understand and to help convey the fact that every other human being is as complicated as we are. So, when I look at someone that might be called my enemy, how can I look at him in such a way that I begin to understand what makes him human, as a writer? If we can start to understand that we are more than the situations we are put into, then I think we will have a better way to discuss an approach to issues like migration, xenophobia, racism and all of the things that are happening right now. But, once we lock human beings into one kind of identity, if we erase their identities and make them just bodies with a political meaning, I think that then we are in danger. This is what is happening to people in the west and this is why we have terrorism. The dialogue has to shift, it is already shifting in some ways, but human beings are not political symbols. We have seen this with extremism, with Al-Qaida and ISIS, for instance, and we’ve seen human beings as only political symbols without complication without imagination. But, we can think, we can rethink, we can choose not to be that way, not to think that way, and then begin to speak in a way that is different. That’s my role as a writer: to introduce that into whatever story that I tell.
Penso che ci consideriamo degli esseri complessi. Posso guardare nello specchio e dire: «Maaza, tu sei un essere complicato». Puoi guardarti allo specchio e capire tutte le tue contraddizioni. Il mio lavoro come scrittrice è capire e contribuire a diffondere il fatto che ogni essere umano è complicato come lo siamo noi. Quindi, quando guardo qualcuno che potrebbe essere considerato un mio nemico, con che occhi devo guardarlo per capire cos’è ciò che lo rende umano, in quanto scrittore? Se siamo in grado di iniziare a capire che siamo più delle situazioni in cui siamo inseriti, allora penso che potremo avere modalità migliori di discutere un approccio; problemi come la migrazione, l’omofobia, il razzismo e tutte quelle cose che stanno succedendo oggi. Ma se chiudiamo l’essere umano in un solo tipo di identità, se cancelliamo le loro identità e li rendiamo meri corpi con un significato di tipo politico, allora penso che siamo in pericolo. Questo è ciò che sta succedendo alle persone in Occidente e questo è il motivo per cui abbiamo il terrorismo. Il dialogo deve cambiare ed è già cambiato in un certo senso, ma gli esseri umani non sono simboli politici. Abbiamo visto questo estremismo in Al-Qaida e nell’ISIS, ad esempio, e abbiamo concepito alcuni essere umani come meri simboli politici, senza complessità né immaginazione. Ma noi possiamo pensarci e ripensarci, possiamo decidere di non essere così, di non pensare né parlare in questo mondo e di dare inizio ad un dialogo di tipo diverso. Questo è il mio ruolo come scrittrice: quello di diffondere questo messaggio attraverso qualsiasi storia io racconti.
We would like to know your position about migration. How can diversity be introduced into dialogue, in order to include the difference into our perspective?

Vorremmo conoscere la tua posizione sulla migrazione. Come potremmo fare ad introdurre il tema della diversità all’interno del dialogo, così da includere il tema della diversità all’interno della nostra prospettiva?
I think this issue of migration has become a political issue when it should really be an issue of basic human rights. Everyone has a right to safety, to live, to survive, to try to stay alive. No one willingly enters into danger. They don’t willingly leave their home and makes this journey through the desert, knowing the stories of people who are being tortured and have died. No one does it willingly. I know people who had made the trip, and they left because they had to. I left Ethiopia because I had to, not because I wanted to. I think that part of the problem with migration is fear. African countries take the majority of migrants who leave home. Europe takes a significant portion less. . It’s a very small number. There is a huge percentage that stays on the continent of Africa and goes to different countries. So, this idea of an invasion of foreigners is not exactly true. But, what is the real problem here? I think it’s a rhetoric by the far right for their own political game, which does not necessarily correspond to what is really happening. But, I also see something else in the rhetoric of the left. What I find is that we are beginning to speak about migants and working to include their voices into our dialogue, but their voices are being tailored to say what we think they should say. We have an idea of what the rhetoric about migration should be. But what happens then is almost a kind of a patronizing outlook towards the migrant. We do not consider that the imagination of a migrant, of a refugee, is just as large and just as complicated as someone who is a native. With this rhetoric, there is the danger to erase the imagination and personality of migrants, to make them just empty symbols.

Penso che la questione della migrazione sia diventata un problema politico, quando avrebbe dovuto porsi come una questione di base relativamente ai diritti umani. Ognuno ha diritto alla salvezza, alla vita, alla sopravvivenza, al tentativo di rimanere in vita. Nessuno lascia la sua casa ed intraprende un viaggio attraverso il deserto, conoscendo le storie delle persone che vi sono morte. Nessuno lo fa perché vuole farlo. Conosco persone che hanno fatto questo viaggio e che se ne sono andate perché dovevano. Io me ne sono andata dall’Etiopia perché dovevo, non perché volevo. Penso che parte del problema con la migrazione sia la paura. E’ l’Africa che si tiene il 90% dei migranti, l’Europa il 10%. E’ davvero un numero piccolo, ma vi è una percentuale enorme che rimane nel continente e va in paesi diversi. Quindi, quest’idea di un’invasione di stranieri non è esattamente vera. Ma qual è il vero problema? Penso sia la retorica dell’estrema destra, per i suoi personali interessi politici, che non corrisponde necessariamente alla realtà. Ma vedo anche qualcos’altro nella retorica della diversità. Ciò che ho capito è che stiamo iniziando a parlare della diversità e lavorando per includere voci diverse nel nostro dialogo. Ma che cosa succederà poi è una sorta di visione condiscendente dei migranti. Non consideriamo che l’immaginazione di un migrante, di un rifugiato, è grande e complessa quanto quella di qualsiasi nativo. Con questa retorica c’è il pericolo di cancellare l’immaginazione e la personalità dei migranti, rendendoli meri simboli vuoti.
The last question is about waterlines project: how is it being here? What kind of work are you concentrating yourself on?

L’ultima domanda è sul progetto Waterlines: com’è essere qua? Su che tipo di lavoro ti stai concentrando?
I think this is a great project. I’m grateful to be part of it. It’s giving me a wonderful introduction to the island, to San Servolo, to the students, to be able to talk like this with you, and to meet some of the other students is the privilege of being here. I have been to Venice several times, but never in the kind of way where I can talk to so many people. I think it’s fantastic. The things that I’m hearing you ask and the comments you give really help me get a better perspective of Italy and of a new generation coming up. There is hope. We are the generation that can help to make the world a little bit better than what our parents and grandparents left for us. There is always a history to work against.

 

Penso che questo sia un grande progetto. Sono grata di farne parte. Mi sta dando una meravigliosa conoscenza dell’isola, di San Servolo, degli studenti, del parlare così con voi e incontrare alcuni degli altri studenti è il privilegio dello stare qui. Sono stata a Venezia molte volte, ma non ho mai avuto l’occasione di parlare con le persone. Penso sia fantastico. Ciò che sento dire dalle persone o le domande che mi avete fatto ed i vostri commenti mi hanno davvero aiutata a costruire una prospettiva migliore nei confronti dell’Italia e della sua nuova generazione. C’è speranza. E’ la vostra generazione che può davvero contribuire a fare qualcosa di migliore rispetto a ciò che hanno fatto i vostri genitori e nonni. C’è sempre una storia contro la quale combattere.

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