La Venezia distopica di Albert Ostermaier

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Un mondo distopico in cui Venezia è rimasta l’unico posto sicuro in Italia e un referendum per decidere se far saltare il Ponte della Libertà e isolare Venezia dalle ondate di rifugiati provenienti da tutto il Paese. Questa è l’ambientazione iniziale della pièce diretta dal drammaturgo tedesco di fama internazionale Albert Ostermaier, messa in scena mercoledì 27 febbraio al Teatro Ca’ Foscari da un gruppo di studenti dell’Università Ca’ Foscari, del Collegio Internazionale Ca’ Foscari e del liceo Marco Polo. Abbiamo intervistato il regista per porgli alcune domande sull’opera e sul ruolo del teatro contemporaneo all’interno della nostra società.

Può presentarci il progetto che porterà sul palco del Teatro Ca’ Foscari? Perché ha deciso di identificare Venezia come ultimo posto sicuro sulla terra e come si inserisce quest’opera nel panorama complesso di una città come Venezia, che in questo mese ha avuto occasione di conoscere?

Sono molto contento di essere   qui e di aver partecipato a questa residenza del progetto “Waterlines”, che per la prima volta vede il teatro come protagonista. Perché Venezia? Per vari motivi. Innanzitutto, per la teatralità di questa città. Come sostiene il filosofo Georg Simmel, Venezia è un palcoscenico. Venezia si presta al teatro per sua natura, questa città ha un’essenza teatrale, offre delle situazioni drammatiche che altre città non conoscono. Volevo anche mostrare la Venezia turistica, che è quasi una Disneyland dove si paga l’ingresso, da un altro lato. Volevo utilizzare Venezia per dare uno spaccato di quella che è l’Italia contemporanea e della sua situazione politica, per rappresentare le divisioni dell’attualità attraverso questo campione. Venezia inoltre, vista dagli occhi di un non-italiano, rappresenta un po’ una “wasteland”, una terra perduta, perché a Venezia tutto si trivializza, tutto diventa commercio. Qui questo fenomeno è qualcosa di macroscopico, assume dimensioni maggiori rispetto ad altre città europee, sebbene la tendenza si veda un po’ dappertutto. Volevo quindi far vedere anche un altro lato di questa Venezia, perché ovviamente Venezia rappresenta al medesimo tempo tutto ciò che l’Italia è ed è stata, cioè una miniera di cultura. Non solo dunque rappresentare l’Italia contemporanea con le sue spaccature politiche e la dimensione commerciale di questa città, ma mostrare anche Venezia come piccolo esempio di quello che è la cultura italiana. In questo lavoro rifletto anche sul legame tra teatro e politica, che emerge in questa città. In quest’opera, si vede inizialmente una situazione in cui, in una Venezia del futuro, si vuol far saltare in aria il ponte della Libertà. Questo ponte ha anche un legame con l’idea di un muro: in questa situazione iniziale si immagina una separazione, come quella che crea un muro, tra una parte di popolazione che vuol far saltare il ponte e un’altra che non vuole, e da lì si instaurano una serie di conflitti che fanno trasparire tutti questi aspetti che ho appena nominato.

L’impegno sociale sembra essere un tema ricorrente nelle sue opere, ed anche il lavoro svolto nell’ambito del progetto “Waterlines” è esplicitamente legato alle attuali problematiche italiane ed europee. Quale motivo detta la scelta del tema politico e qual è, secondo lei, il ruolo del teatro contemporaneo e dell’arte in generale nella società odierna?

L’arte e la letteratura non si muovono e non si sviluppano mai in uno spazio vuoto. Esse non si trovano in una torre d’avorio, ma hanno un compito e una missione politica. La missione politica non è quella di semplificare, ed essere politici non significa essere più banali, ma significa semmai riprodurre in modo preciso la realtà. Questa precisione significa anche rendere visibili determinate situazioni, far emergere e portare in superficie realtà che sono nascoste. Questa è la missione politica dell’arte. Questa dimensione politica dunque non ha necessariamente un contenuto morale ma può far emergere l’invisibile che è nella attualità. La letteratura, il teatro e l’arte devono essere lì dove fa male, e devono anch’essi in qualche modo fare male, ferire.

La letteratura insegna la complessità della vita. Chi legge la letteratura è abituato ad avere di fronte un testo complesso, perciò essa vale anche come educazione alla complessità, ed è anche un controcanto a una realtà che semplifica, pensiamo ad esempio alle fake news. La letteratura restituisce la complessità del reale, e in questo si ritorna alla precisione di cui parlavo prima.

Lei dice che la letteratura deve ferire. Il teatro in particolare e la letteratura in generale possono sollecitare una risposta emozionale: il pubblico, attraverso il teatro, riesce ad immedesimarsi in una certa situazione, provando delle emozioni . Ma di fronte ad una situazione politica italiana ed europea così accesa e convulsa, una risposta emozionale è sufficiente o è necessario un passo in più, una risposta che non sia solo emozionale ma che si appelli alla ragione dell’essere umano?

Ci sono diversi tipi di emozioni. C’è un’emozione banale, che è quella che “arriva al cellulare”, che cioè non tocca quello che noi realmente siamo. Il teatro al contrario è in grado di risvegliare emozioni che sono reali, e non solo sono reali ma sono anche vicine a quello che siamo e riescono a scatenare una reazione politica. In questo senso le emozioni hanno una funzione politica e non è puro sentimento quello che il teatro riesce a suscitare. Penso al film “Bohemian Rhapsody” su Freddy Mercury: si tratta di un film che attraverso la musica riesce ad emozionare moltissimo ma contemporaneamente riesce a portare ad una conoscenza. L’emozione non è staccata dalla conoscenza, anzi è legata alla conoscenza, che poi è anche conoscenza politica, ovvero una capacità di guardare al mondo senza più lasciarsi ingannare, una capacità di valutazione del mondo nei suoi dettagli complessi. Nel caso specifico di Freddy Mercury, il problema era la fame nel mondo, i bambini che morivano di fame, e la reazione del mondo musicale quella di dire “dobbiamo fare qualcosa”. L’emozione veicola un’azione, che è in qualche modo azione politica perché tutti dobbiamo contribuire ad essa, cioè richiama ad una responsabilità condivisa da tutti, comune. La mia generazione è cresciuta con dei confini, con delle monete diverse, e per questo ha vissuto il rapporto con l’Europa con forti emozioni, che fanno parte della nostra identità.  Questo rapporto con l’Europa è andato perso nelle generazioni successive, ma per la mia generazione il riconoscersi in questa Europa è legato alle emozioni. Queste emozionisono il veicolo attraverso cui si riesce a creare un legame con dei valori che, in questo esempio, sono quelli europei. La forza del teatro è quella di riuscire a potenziare l’emozione e attraverso di essa far riconoscere il mondo, farlo vedere nei suoi dettagli, lontani dalla banalizzazione dei racconti mediatici della contemporaneità. In questo senso, le emozioni possono portare anche un elemento rivoluzionario o comunque possono muovere qualcosa nella società.

La nostra società sembra essere impregnata di incertezza e le persone sono sempre più sospettose. Cosa direbbe lei a coloro che vogliono far saltare il Ponte della Libertà e perché, secondo lei, è meglio costruire ponti anziché muri?

La cultura è un ponte, nel senso che essa unisce due rive che sono separate senza cancellarle, le unisce preservando la loro identità. La potenzialità del ponte è questa, far saltare in aria un ponte significa anche tagliare questo legame fra due culture che non si sono snaturate ma che sono in legame l’una con l’altra. L’idea del ponte è proprio quella di un dialogo fra le culture, che mantiene una sorta di rispetto della specificità di ognuna. Questa è la potenzialità culturale del ponte.

25 febbraio 2019

Intervista di Rachele Svetlana Bassan e Filippo Grassi nell’ambito del Progetto “Waterlines” (https://waterlinesproject.com/)

Residenza di Albert Ostermaier, 4-27 febbraio 2019, a cura di Cristina Fossaluzza

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